Anche l’Italia scopre le Food Coop. Dopo Camilla, il modello si moltiplica: da Parma a Cagliari

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Anche l’Italia scopre le Food Coop. Dopo Camilla, il modello si moltiplica: da Parma a Cagliari

Food coop in Italia: ortaggiFood coop in Italia: ortaggi

Le Food Coop in Italia. L’esempio di Camilla

Alla fine del 2018, dopo oltre un anno di incubazione, a Bologna ha preso forma Camilla, primo esperimento italiano di Food Coop, sul modello di un movimento nato a New York già negli anni Settanta, e solo negli ultimi anni replicato in Europa, a partire da Parigi e Bruxelles. Di fatto un’esperienza di consumo differente, più partecipata e consapevole, che si concretizza in quello che possiamo definire un supermercato autogestito da chi lo frequenta. Come? Partecipando attivamente alla selezione dei prodotti e poi autogestendo l’approvvigionamento, la distribuzione e la vendita a scaffale. Per acquistare da Camilla, però, per diretta conseguenza del regolamento che insiste sulla responsabilizzazione del consumatore, è necessario essere soci della cooperativa, e quindi alimentare l’attività supportandola economicamente ed eticamente. Da quando il supermercato bolognese ha effettivamente aperto le porte, nei primi mesi del 2019, Camilla (che come cooperativa si è costituita alla fine di giugno 2018, e ha da poco spento la sua prima candelina) ha già fatto nuovi proseliti: in 56 sono partiti come soci fondatori, 475 sono i soci cooperatori allo stato attuale. Organizza incontri con i produttori, eventi aperti al pubblico, amplia con costanza la sua rete di fornitori, dimostrando che il modello dell’emporio di comunità può funzionare anche in Italia.

Vendita di legumi e cereali sfusi nei dispenser di un supermercato food coop

Food Coop in Italia. Come replicare il modello

E infatti nuove realtà sono già pronte a seguire il buon esempio: succederà presto a Parma, con la nascita di OltreFood Coop, supermercato partecipativo ed ecologico che aprirà in autunno nella città riconosciuta dall’Unesco per l’alto valore gastronomico che è in grado di rappresentare. Il modello è analogo, e scommette sulla possibilità di coinvolgere e formare consumatori critici che credono nella forza   di una comunità coesa per sostenere una filiera sana e sostenibile. Quota sociale di contribuzione: 100 euro. Più le canoniche tre ore al mese di partecipazione attiva allo sviluppo e alla gestione del progetto, perché il coinvolgimento sia reale e stimoli l’attivazione di una rete di persone che ritrovano il gusto di incontrarsi per contribuire al raggiungimento di un obiettivo. In attesa di aprire il proprio emporio, OltreFood può contare già sulla sottoscrizione di un centinaio di soci.

Pere fresche in vendita esposte su piatto in sughero

Mesa Noa a Cagliari. Valorizzare le produzioni dell’isola

Mentre è più definita l’esperienza che sta partendo a Cagliari, in Sardegna, grazie al progetto Mesa Noa. Nel caso specifico, la food coop cagliaritana si propone di valorizzare le piccole produzioni dell’isola tagliate fuori dal circuito della grande distribuzione, in un sistema territoriale, bisogna dirlo, che è ancora fortunatamente legato al rapporto diretto tra consumatore e produttore. Mesa Noa – “tavola nuova” in sardo – però, vuole fare di più. Portando in Sardegna il modello collaborativo e autogestito che ha avuto successo altrove. L’idea arriva già nel 2017 grazie all’interesse dell’associazione Terre Colte e del suo fondatore Massimo Planta; e l’emporio – ancora in cerca di una sede fissa in città, ma già ben ramificato per numero e varietà di produttori raggiunti sul territorio – può contare già sull’adesione di un’ottantina di soci (ma si stima che nel breve periodo si potrà arrivare a 300). In questo caso la quota di partecipazione è ripartita in cinque rate da 25 euro. Oltre alle consuete tre ore di lavoro volontario gratuito al mese.

Mesa Noa. Qualità al giusto prezzo

E prima di arrivare sugli scaffali i prodotti devono superare il controllo qualità, nel rispetto del territorio e del consumatore. Quindi il catalogo di Mesa Noa, che spazia dall’ortofrutta ai prodotti per l’igiene personale, escluderà realtà produttive che fanno uso di chimica, privilegiando invece la biodiversità, il lavoro correttamente retribuito e le produzioni biologiche, non necessariamente certificate (perché a garantire sulla bontà del lavoro ci pensano gli stessi soci, e questo è il bello del rapporto diretto tra le parti della filiera). E sostenendo la vendita di prodotti sfusi, per limitare gli sprechi e l’utilizzo di packaging non riciclabili. Ultimo punto, non meno importante, per promuovere l’economia locale, Mesa Noa si impegna a garantire la competitività dei prezzi, assicurando ai produttori l’opportunità di proporre il giusto prezzo per quello che offrono. La cooperativa si è costituita ufficialmente a marzo 2019, entro la fine dell’anno potrà contare sul suo emporio. Ma nel frattempo organizza attività formative e mercati estemporanei, per raccontare i produttori già entrati nella rete. L’appello per trovare casa è online: circa 200 metri quadri, in un quartiere di Cagliari facilmente accessibile e servito dai mezzi pubblici. Dove nascerà l’emporio Mesa Noa?

 

a cura di Livia Montagnoli

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