L'appello di Peyrano: senza un finanziatore lo storico laboratorio torinese del cioccolato chiude

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L'appello di Peyrano: senza un finanziatore lo storico laboratorio torinese del cioccolato chiude

Non sono stati anni facili, gli ultimi trascorsi in casa Peyrano, storico marchio della tradizione cioccolatiera piemontese. Ora l’ultimo capitolo della saga, il più grave: sigilli posti a bloccare la produzione nel laboratorio di Corso Moncalieri. Un mese per saldare il debito, si cercano finanziatori. 

Gli anni difficili di Peyrano

È una delle attività dolciarie più prestigiose e antiche di Torino quella di Peyrano, ma certo non si può dire che gli ultimi anni, tra le mura della storica bottega laboratorio di Corso Moncalieri, siano trascorsi a godere del meritato successo per onorata carriera. Un anno e mezzo fa, era l’inizio del 2017, la proprietà dello storico marchio del cioccolato fondato nel 1915 da Antonio Peyrano decideva di concentrare gli sforzi sull’attività del quartier generale, chiudendo l’altrettanto celebre negozio Peyrano-Pfatisch di Corso Vittorio Emanuele. Una scelta necessaria per limitare i costi (troppo alto l’affitto di fronte agli incassi in calo), ma pure per riprendere in mano le redini di una realtà troppo preziosa per essere lasciata in balia delle cronache giudiziarie. Un rischio già palesato dal fallimento per bancarotta provocato nel 2010 dalla famiglia Maione, cui nel 2006 la famiglia Peyrano aveva ceduto l’attività, prima di riprenderla in mano, all’indomani dei guai finanziari, proprio per garantire la continuità di un marchio d’eccellenza della tradizione cioccolatiera piemontese, ancora in grado di produrre 60 tipi diversi di cioccolatini.

 

La crisi di un marchio storico

Da qualche settimana, però, Giorgio e Bruna Peyrano sono di nuovo a fare i conti con una situazione difficile, precipitata negli ultimi giorni, ma evidentemente risultato di una crisi ben più arretrata nel tempo: da tre anni almeno i dipendenti dell’azienda sono in agitazione per retribuzioni non saldate e dinamiche di grande precarietà. E le ultime cronache gettano benzina sul fuoco, sancendo una protesta sindacale conclamata (ad ascoltare questa campana, stipendi e contributi non vengono saldati da circa 7 mesi) e serie difficoltà a pagare l’affitto dei locali, di proprietà del Cottolengo. Ecco perché qualche giorno fa sono scattati i sigilli, posti a bloccare la parte dell’attività destinata alla produzione, mentre la parte dedicata al confezionamento resta libera di operare: un provvedimento giudiziario che indebolisce smentite e rassicurazioni che la famiglia Peyrano si era affrettata a contrapporre alle ultime proteste, concretizzando la necessità ormai improrogabile di affrontare la crisi di gestione. Ferma restando la qualità del prodotto – mai messa in dubbio da nessuna delle parti – ora gli sforzi dovranno concentrarsi sull’urgenza di salvare un’impresa storica di Torino.

 

Resistere per salvare il cioccolato di Torino

Le parole rilasciate da Bruna Peyrano a La Stampa suonano forti, senza però riuscire a nascondere la preoccupazione per il momento delicato: “Se qualcuno vuole condividere i nostri segreti e il nostro amore per il cioccolato è ben accetto. Purtroppo abbiamo poco tempo. Se non troviamo un finanziatore serio saremo costretti a chiudere per sempre la nostra attività. Ma la speranza, si sa, è l’ultima a morire. E noi non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci”. Un mese è l’ultimatum concesso a Peyrano dai legali del Cottolengo, che chiedono di saldare gli arretrati non pagati per l’affitto dei locali che ospitano il laboratorio sul retro del negozio, che resta aperto finché ci saranno scorte. Poi, se la produzione non potesse riprendere – il debito da saldare ammonterebbe a 200mila euro – l’attività sarebbe costretta a chiudere battenti. Resta certo l’impegno di chi anni fa ha deciso di ributtarsi a capofitto nella gestione di un’attività storica certamente obbligata a scontrarsi con dinamiche non favorevoli al perdurare di produzioni artigianali, con i costi che queste comportano di fronte all’aumentare della concorrenza di realtà più corazzate. E infatti, in passato, Bruna e Giorgio hanno sempre rifiutato le offerte di grandi aziende interessate a rilevare il marchio (si veda Lindt con Caffarel). Ora l’appello si rivolge a finanziatori realmente interessati a preservare la storia del marchio, “qualcuno con cui condividere la nostra sapienza”, ribadisce Bruna Peyrano. Speriamo che si faccia avanti in fretta.

 

a cura di Livia Montangnoli

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